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IL MITO DI GIOTTO NEGLI AFFRESCHI DEL SANTO DI PADOVAPer secoli è rimasta aperta una diatriba riguardo l’appartenenza o meno a Giotto degli affreschi presenti nella Basilica di Sant’Antonio da Padova. Una vicenda artistica e storiografica sospesa tra la storia e la leggenda che nei secoli si è consolidata nelle credenze popolari e nelle consapevolezze degli studiosi che si sono rapportati agli affreschi.In numerose cronache antiche si può leggere la testimonianza della presenza di Giotto a Padova come in quella di Riccobaldo Ferrarese che colloca l’attività del pittore fiorentino nella città patavina fra l’aprile del 1306 e la fine del 1307. Giotto viene citato anche nelle storie del Ghiberti e di Savonarola, ma sono sicuramente di maggior interesse quelle del Baldinucci che affermò che il pittore «fu per opera de’ Signori della Scala condotto a Padova, dove s’era poco avanti fabbricata la Chiesa del Santo e vi dipinse una bellissima Cappella» e quella del Vasari che afferma che egli si recò a Padova ben due volte per affrescare una «bella cappella». Un’altra testimonianza di rilievo è quella dell’Anonimo Morelliano che affermò che «nel Capitolo (del Santo) la Passione a fresco fu de man de Giotto fiorentino».Padre Bernardo Gonzati, Minore Conventuale, autore di un libro sulla «Basilica di S. Antonio di Padova» afferma che poco dopo la visita dell’Anonimo Morelliano, il quale ebbe ancora la fortuna di vedere gli affreschi, questi furono imbiancati, nel 1541, per onorare la salma del Vescovo di Malaga Cesare Riario e furono successivamente coperti con l’edificazione di una sepoltura nel Capitolo. Francesco Forno da Verona fece costruire poi un altare «poggiandolo ad una delle due pareti dipinte da Giotto» e solo nel 1842, il Marchese Pietro Estense Selvatico ebbe la fortuna di ritrovare sotto il bianco le tracce delle scene affrescate. Questa scoperta spinse, nel 1851, Padre Gonzati a fare nuove ricerche che portarono al ritrovamento, tra le architetture affrescate sulla parete nord, di alcuni affreschi raffiguranti Santa Chiara, S. Francesco, S. Giovanni Battista e David e, sulla parete sud, Isaia, Daniele e Sant’ Antonio. Dopo tale scoperta non si esitò ad attribuire le pitture, che erano per lungo tempo state giudicate opera di Marco Zoppo, al grande Maestro e ciò a causa delle somiglianze giottesche nell’ornamentazione delle quadrature e nel disegno dei fregi che ricordavano quelli della Cappella degli Scrovegni. Anche le figure dei Santi rappresentati presentavano alcuni dei caratteri propri dello stile di Giotto, quali l’espressione e la posizione degli occhi, la particolare arcata sopraccigliare e l’ombra della stessa e la bocca leggermente aperta. Inoltre, il fatto che Giotto si occupò della decorazione delle Chiese dei Minori conventuali di Assisi e di Rimini sembra supportare questa ipotesi, poiché potrebbe far presumere egli sia stato incaricato di affrescare anche la Chiesa padovana appartenente a tale ordine monacale, ovvero la Basilica del Santo.Gli studiosi hanno riconosciuto una certa somiglianza tra i lineamenti degli affreschi del Santo e quelli riconosciuti come giotteschi, anche nei dettagli quali il braccio del tiranno del Marocco simile a quello d’Erode nel Massacro degli Innocenti nella Cappella degli Scrovegni, o la rappresentazione di San Francesco che riceve le stimmate o ancora la presenza di tre vecchi che sembrano nascondersi vergognosi e si guardano sottecchi, uno accarezzandosi con la mano la barba dipinta delicatamente con linee minute, come è proprio di Giotto, che ricordano alcune figure espressive di ebrei della Cappella degli Scrovegni e quelli presenti nell’affresco della Crocifissione ad Assisi, raffigurati vicini al Dio che avevano tradito.Nonostante queste affinità e il fatto che la stessa famiglia Scrovegni, presso cui il pittore fiorentino lavorò, possedesse una Cappella al Santo, è improbabile che gli affreschi siano opera di Giotto stesso, almeno per quanto concerne la decorazione del Capitolo della Basilica. Gli studiosi moderni sono più propensi ad attribuirli ad una “Bottega di Giotto”, e pertanto ad alcuni dei più stretti collaboratori dell’artista.Sebbene alcuni studiosi avessero avanzato l’ipotesi di un intervento diretto da parte di Giotto almeno nella Cappella delle benedizioni (ex-Santa Caterina), ovvero quella della famiglia Scrovegni, un attento esame e una scrupolosa comparazione tra le due Sante della ex-Cappella, identificate rispettivamente con Santa Caterina d’Alessandria e Santa Marina, e le quattro Sante effigiate ai lati della Cappella di Giotto all’Arena palesa stretta affinità tra di loro; ma non possono assolutamente venir riferite alla mano del pittore fiorentino, quanto invece di uno dei suoi più fedeli allievi e collaboratori. Così pure, se ci portiamo nella cosiddetta “Cappella della Madonna Mora”, ai lati, nelle pareti (soprattutto di destra) notiamo evidenti tracce di una imitazione giottesca, sicuramente prima della venuta a Padova di Giusto de’ Menabuoi, il caratteristico pittore del Battistero padovano (1376). Tutto ciò testimonia di un’epoca, nella quale la luminosa e ben delineata composizione di Giotto all’Arena aveva dato frutti immediati di bellezza pittorica e di ricerca spaziale.Potremmo forse dire di aver sfatato il mito che vuole Giotto operante nella decorazione della Basilica patavina, ma il mistero che da sempre vela le pareti affrescate del Capitolo del Santo aleggerà in eterno e continuerà ad affascinare studiosi e turisti che si presteranno ad ammirarli. E chissà se un giorno non comparirà un documento o dalle pareti imbiancate risorgeranno nuovi affreschi pronti a smentirci e a offrire nuove prospettive di fronte al secolare quesito.